Monte Turlòn 2312m e Pale Candele 2251m – Traversata per cresta salendo il “sentiero fantasma”

Il Monte Turlòn e la lunga dorsale della Sella del Turlòn.

Relazione e foto di Jacopo Verardo

Introduzione

La selvaggia Val Settimana, incisa dal suo impetuoso torrente, è circondata da montagne aspre e verticali, che per essere salite prevedono percorsi ripidi, pericolosi e quanto mai inaspettati. È per tale motivo che la gran parte di esse sono poco frequentate e spesso sconosciute alla gran parte degli escursionisti e degli alpinisti che bazzicano tra le Dolomiti Friulane. Percorrendo la rotabile che si addentra in questa valle, a circa metà del suo sviluppo, si notano facilmente i ripidissimi pendii della sponda destra idrografica del Settimana, che sovrastano la zona delle Stalle Nucci e che sono i basamenti delle cime del cosiddetto Nodo della Vacalizza. Trattasi di alte pareti rocciose ampiamente coperte da boscaglie di pini mughi e pini silvestri ancorati a labili fazzoletti di terra. Difficilmente si potrebbe pensare che per lì possano passare dei sentieri, eppure così non è! Proprio dalle Stalle Nucci sale un percorso, un tempo utilizzato da pastori e cacciatori, che porta alla Sella del Turlòn attraversando i vasti e ripidissimi prati ai piedi delle pareti del Monte Pale Candele. Per anni questo percorso è stato segnalato anche dal CAI con la numerazione 385, per poi venir dismesso con l’avvento del Parco delle Dolomiti Friulane. Da anni sognavo di salire attraverso questo percorso, avendo sentito miriadi di racconti “leggendari” a riguardo, secondo molti dei quali si trattasse ormai di un “sentiero fantasma”. Così ero curioso di vedere di persona come fosse possibile l’esistenza di un tracciato lungo quelle incredibili pareti!

Nel 2015 Claudio aveva compiuto un’attraversata molto simile a quella che avevo in mente, anche se più ardita e con l’aggiunta di difficoltà quasi invernali incontrate nei versanti Nord. Egli aveva intersecato queste due neglette montagne salendo il Turlòn per la Cengia di Bepi Nart e per i ripidissimi prati in versante Val Settimana. Memore del suo racconto, la curiosità e lo stimolo erano forti in me da tempo e così era tempo di andare.

Relazione

Parto la mattina presto e imbocco, alle spalle delle Stalle Nucci (722 m), un bel sentiero che si addentra sulla sinistra idrografica del Ciol de Nucci. L’erba è bagnata di rugiada e il fresco di fine Settembre allieta la salita. Ben presto si intravvedono delle pareti insormontabili nel ciol; è tempo di svoltare a destra e iniziare la salita vera e propria. Il terreno si fa subito molto ripido e a tratti insidioso, ma molti segni CAI ancora ben visibili danno speranza e guidano l’orientamento già facilitato da una traccia ben visibile e da numerosi tagli sulla vegetazione. Subito la domanda sorge spontanea: ma non era un “sentiero fantasma”? Il dislivello cresce velocemente e in un batter d’occhio mi trovo già qualche centinaio di metri sopra le Stalle Nucci, a picco sul fondo della valle. Proseguendo per cengette, cornici erbose e canalini terrosi arrivo ben presto sul Col di Vittor (1220 m) e assieme a me arriva anche il sole. Che salita incredibile fin qui! I pastori d’un tempo non solo hanno creato un tracciato davvero eccezionale, ma lo hanno anche scavato e scalinato in tutta la sua lunghezza. Infatti, seppur coperti dall’alta erba, si possono ancora percepire per lunghi tratti decine di gradini scavati sul duro fondo di questi magri pendii!

Posso ora riprendere un po’ il fiato e seguo in traverso la traccia che mi conduce al punto chiave della salita alla Sella del Turlòn: una liscia placca discendente, molto esposta ma con qualche piccolo gradino inciso dai pastori che permette di scendere in un profondo canale. Qui è bene prestare molta attenzione, specie per il ghiaino che copre la roccia. Risalito il canale, se ne esce poi a sinistra e si continua la ripida risalita ora più aperta, passando su canalini e pulpiti panoramici. Ed è solo ora che mi accorgo di essermi addentrato in un mondo selvaggio e silenzioso, inimmaginabile dal fondo della Val Settimana. Decine di canali incidono tutto questo vasto versante Sud-Est del Turlòn e miriadi di pale boscose si inerpicano su fin sotto i prati terminali della Sella del Turlòn. Galvanizzato, riprendo a salire, spesso aiutandomi con i pini mughi. La traccia qui non presenta più difficoltà ed è sempre ben evidente e segnata CAI. Altro che “sentiero fantasma”! Con un ultimo tratto in traverso giungo nel Ciol Bevador dove trovo acqua fresca e la fitta vegetazione lascia spazio a radure e prati ripidi. Mi trovo proprio sotto i prati verticali del Pale Candele. Uscendo dal ciol verso sinistra, attraverso un pulpito prativo su cui sorgeva la Casera Tamerùt (1645 m). Qui la traccia si perde un poco, ma ben presto sulla verticale noto su un larice un enorme segno CAI che dà la direzione. Ora si risale una costa ripida coperta da qualche secolare larice e un rado sottobosco di piccole dimensioni, finché ormai i prati prendono il sopravvento e si mescolano a piccole chiazze di pini mughi. L’attenzione non deve calare comunque, dati i pendii molto ripidi e la labile traccia. Oramai molto in alto sulla Settimana, seguo gli ultimi metri di traccia che poi scompare definitivamente sulle ultime praterie sotto la cresta e ora non mi resta che puntare alla Sella del Turlòn (2104 m) e salire liberamente.

Un leggero venticello mi sorprende appena sbuco sulla forcella. Il panorama si apre meravigliosamente a ventaglio verso Nord e colpisce dritto al cuore sciogliendo la fatica e l’affanno di una salita veramente micidiale! Un paletto in alluminio con il segnavia CAI mi indica che sono arrivato sulla sella giusta (fin qui 3 ore) di questa lunga e verde cresta.

Proseguo lungo la verde dorsale godendo appieno della bellezza unica di questo posto, ma il Turlòn, ancora lontano, mi attira inesorabilmente incutendo un poco di timore. La dorsale, molto larga all’inizio, si fa via via più stretta, fino a ridursi a stretta cresta rocciosa. Noto un ultimo facile pendio per scendere sui verdeggianti prati dei Fàures di Cimolais, che costituiscono un bel altipiano prativo giusto a Nord della dorsale che sto percorrendo. Scendendo fin lì eviterei il tratto roccioso di cresta poco invitante che si presenta davanti a me, ma oltre a perdere dislivello uscirei dalla fidata relazione della guida del Visentini. Proseguo quindi cautamente sulla esilissima cresta di roccia friabile con qualche banale salto, evitando anche qualche densa chiazza di mughi in forte esposizione, fino a giungere all’ultimo dosso prima della Forcella del Turlòn (2188 m). Praticamente sono alla fine della lunga cresta tra Pale Candele e Turlòn, ma prima di intraprendere la Normale a quest’ultimo devo scendere alla forcella per una rampa di 20 metri di roccia marcia e terra (I grado superiore secondo Visentini). Non è invitante ma è l’unica scelta che ho e quindi scendo cautamente con notevoli imprecazioni a me stesso per non essere sceso prima ai Fàures. Da qui ora in versante Nord aggiro una fascia rocciosa salendo su ghiaie e chiazze d’erba fino a giungere sotto l’unico canale detritico che con qualche roccetta (I grado) porta sulla cresta Ovest del Turlon, che in modo esaltante e aereo conduce sulla rotonda cima a 2312 metri (un’ora e mezza dalla Sella). Quanta felicità! E che panorama! Allo stesso modo delle altre cime limitrofe, anche su questa si percepisce la lontananza dalla civiltà e una gran quiete. La pressoché nulla frequentazione di questa cima si evince dai rari ometti lungo la Normale e dall’assenza di libri di vetta e di altre tracce umane, se non un diruto ometto di vetta con un vecchio paletto di legno. L’isolamento e la solitudine aumentano la già grande soddisfazione.

Sceso cautamente lungo i detriti della Via Normale e giunto in Forcella del Turlòn, decido di scendere ulteriormente in versante Nord e puntare ai Fàures, in modo da non ripercorrere il tratto di cresta pericoloso. Al centro dei meravigliosi prati dei Fàures si ritrovano anche i resti di un antico casòn di pastori (1995 m), sicuramente legato alla non lontana Casera del Fabbro, ormai quasi scomparsa. Da questi resti, puntando decisamente a Sud-Est si risale facilmente la ripida costa prativa fino a rimontare sulla cresta che riporta alla Sella del Turlon. La lunga cavalcata di cresta ora prosegue verso Est e diviene meno piacevole e facile. Oltrepassate varie alture, chiazze di mughi e aggirato un salto roccioso, mi trovo davanti ad un’altra parete non aggirabile. Noto in alto, in cresta, un grosso ometto, quindi scendo in versante Sud lungo una bancata fino alla base di un largo colatoio al quale si accede superando un breve salto di I grado superiore. Poi per più facili sfasciumi e roccette, giungo finalmente in cima al Pale Candele (2251 m). La stanchezza inizia ad essere molta, ma è direttamente proporzionale alla felicità! Sotto il punto di vista tecnico ho sofferto di più la salita a questa cima, ben più delicata della precedente. Il panorama rimane splendido e le poche firme nel libretto di vetta dagli anni Ottanta ad oggi, parlano da sole: anche qui l’escursionismo di massa e l’alpinismo non sono mai arrivati e infatti la montagna è integra e “pulita”. Dopo una breve sosta, devo ripartire e decido di scendere puntando direttamente a Casera Bregolina Piccola. Verso la fine della cresta Est imbocco un poco invitante canale roccioso che incide la parete Sud proprio verso il suo limite orientale. I primi metri sono i più difficili e costringono a disarrampicare in una spaccatura di II grado superiore con masso incastrato dalla dubbia stabilità. Poi però la situazione peggiora anche se le difficoltà tecniche calano. Ogni singolo passaggio di roccia è coperto da fine detrito e la qualità della roccia è mediocre. Con massima attenzione disarrampico fino a poggiare finalmente i piedi su ripidissimi prati verticali alla base del Pale Candele, tiro un sospiro di sollievo e punto direttamente ad Est verso la affilata cresta della Forcella dei Àmpes (2009 m) e da qui rapidamente scendo per la selvaggia Val Piccola, dove corrono sempre numerosi camosci e via in Casera Bregolina Piccola (1746 m). Rimane ora solo il gradevole rientro per Forcella Dof (1843 m) e la Val Cerosolin, ma conosco bene questi sentieri e posso finalmente rilassarmi e godere delle luci tardo pomeridiane ormai autunnali. Scendendo poi in bici lungo la Val Settimana, appositamente nascosta al Pont dal Ciarter (867 m) rientro lentamente nella civiltà fino all’auto, alle Stalle Nucci, ma lassù, sulle creste verdeggianti e selvagge dove pochi hanno la fortuna di passare, ho lasciato una parte di me che prima o poi andrò a ritrovare.

Note tecniche

 Trattasi di un’attraversata decisamente impegnativa più per l’impegno fisico che per le difficoltà tecniche. Queste ultime sono perlopiù legate all’ambiente severo a cui si va incontro. Già salire lungo l’ex sentiero CAI 385 non è del tutto scontato, infatti sebbene la traccia sia evidente e ben segnata, tranne che nella sua parte finale sotto la Sella del Turlòn, risulta comunque impegnativa e molto esposta nella parte iniziale sopra le Stalle Nucci. La Normale al Turlòn è di fatto per escursionisti esperti e non supera il I grado, evitando però l’ultimo tratto di cresta tra la Sella del Turlòn e l’omonima Forcella nel modo che ho descritto nel mio rientro alla Sella. Invece la salita e soprattutto la discesa del Pale Candele, così come l’ho affrontata io, non è assolutamente banale e arriva al II grado superiore (occhio al marcio e ai detriti) nel canale verso la Forcella dei Àmpes.

In totale il dislivello è stato di 2100 m circa e ho impiegato 11 ore per l’attraversata.

27 Settembre 2018

I segni CAI del sentiero sono ancora ben visibili. Parte subito ripido…
I contrafforti basali del Turlòn. Lentamente ci si addentra in un mondo magicamente selvatico.
La placca da affrontare in discesa salendo verso la Sella del Turlòn. Impressiona più del dovuto…
Cima dei Vieres, Punta del Borsat e il Turlòn.
Salendo i meravigliosi prati basali del Pale Candele.
Il Turlòn e il profondo canale che scende da Forcella del Turlòn.
La Sella del Turlòn.
Il vecchio segnavia del sentiero e laggiù il Porto Pinedo.
Duranno e Cima dei Preti.
La lunga dorsale/cresta da percorrere per avvicinarsi al Turlòn.
La verde cresta verso il Pale Candele.
La verde dorsale della Sella del Turlòn infine si trasforma in affilata e marcia cresta molto delicata.
Laggiù il Pramaggiore. Si nota a destra la cresta rocciosa appena percorsa.
Forcella del Turlòn. Evidente al sole la delicata rampa percorsa in discesa per smontare dalla cresta.
La tonda cima del Turlòn dalla cresta della Punta della Ventula.
Maestoso il Duranno!
Gli Spalti di Toro.
Dietro, il Pramaggiore e davanti il Pale Candele.
Autoscatto sul Turlòn.
Panorama meraviglioso. In primo piano la cresta della Punta della Ventula.
I verdi prati dei Faures di Cimolais, al cui centro si trova ancora il basamento di un casòn. Arriverò là per poi salire nuovamente in cresta a destra.
Cadin degli Elmi, Cadin di Vedorcia, Cadin di Toro e Cime Talagona.
Nuovamente in Sella del Turlòn.
Pieghe.
Il Turlòn e la parte di cresta già percorsa.
Le rocce finali (poco solide) del Pale Candele.
Il gruppone CaserineCornaget.
In cima al Pale Candele.
Il passaggio chiave del canale di discesa verso Forcella degli Ampes (II+).
Il largo e franoso canale (attenzione al detrito e al marciume).
Cime Postegae e Casera Bregolina Piccola.
La croce di Forcella Dof, luogo paradisiaco!
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