L’ arte di arrampicare

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Stile…

“Il fascino di quella scalata mi fu dato da lui più che dalla montagna”  Severino Casara dopo la prima della parete Sud della Cima d’ Auronzo.

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In camino

“Ho detto prima che Preuss e Dulfer erano artisti, e lasciatemi aggiungere “artisti grandi”. Qualcuno obietterà, dicendo che per salire sulla roccia non occorre l’arte, ma soltanto il fegato. No! Saper ideare la via più logica ed elegante per attingere una vetta disdegnando il versante più comodo e facile, e percorrere questa via in uno sforzo cosciente di tutti i nervi, di tutti i tendini, disperatamente tesi per vincere l’attrazione del vuoto e il risucchio della vertigine, è una vera e qualche volta stupenda opera d’arte: vale a dire il prodotto dello spirito e dell’estetica, che scolpito sulla muraglia rocciosa durerà eternamente, finché le Montagne avranno vita.”

Per Comici arrampicare rappresentava la ragione di vita ed egli era un visionario. Dico questo con cognizione di causa: chi negli anni ’30 viaggiava all’ estero con l’ intento di scalare su roccia? Chi vedeva l’ arrampicata come una pratica anche sportiva (e lo scrivo nel senso più nobile del termine) per cui è necessario temprare anche il corpo e potenziarlo col duro allenamento?  Chi affrontava un sesto grado e per giunta in solitaria? Solo un visionario.

Se penso alla sua solitaria sulla Nord della Grande di Lavaredo, non può non venirmi in mente anche la celeberrima impresa di Alexander Huber che circa 70 anni più tardi supera difficoltà oggettivamente sicuramente più elevate di quelle affrontate da Comici. Credo però che una salita non possa essere giudicata solo dalla difficoltà: conta lo spirito, l’ epoca, i mezzi, la motivazione. Così quando vedo il piede che sporge così tanto dalla roccia non posso che essere percorso da un brivido lungo la schiena…

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Il piede che sporge….

Il bello di Comici è che egli amava proprio il gesto dell’ arrampicarsi, non era solo arrivare ma anche come arrivare. Anche per questo parla di arte:

“…Intendo l’arrampicamento soprattutto come un’arte. Come per esempio la danza o, se vuoi, l’arte del violino. Perche’ se sei padrone assoluto della tecnica, puoi facilmente dare espressione ai tuoi sentimenti, proprio come nella musica e nella danza. Nei passaggi difficili io mi abbandono completamente all’impressione di vivere nella roccia, e che la roccia viva in me”.

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Sulle punte dei piedi…

E’ bello però cogliere anche il lato umano della  sua personalità, infatti egli dice che nei passaggi difficili si abbandona alla roccia, ma prima?

“Il più arduo momento di un’ ascensione è buttarsi fuori dalle coperte di buon’ ora e poi arrancare su per le ghiaie fino all’ attacco. Quando si sono terminate queste due operazioni preliminari si può dire di aver compiuto già una delle parti più difficili dell’ impresa” e ancora: “Procedevamo senza pronunziar parola, assillati dal pensiero dell’ impresa, mentre mille congetture sulle probabili incognite che ci si potevano presentare, frullavano per il nostro cervello”.

Anche Comici temeva la montagna e mentre saliva all’ attacco delle vie era turbato però, una volta toccata la roccia, si lasciava andare e superava ogni difficoltà. Probabilmente era questa la sua grandezza.

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L’ avvicinamento alle pareti

Ma c’ è dell’ altro…

“Già altre volte ho detto che in noi alpinisti il sentimento dell’ arte è superiore a qualsiasi considerazione di praticità e di convenienza…” e leggendo quanto scritto da Severino Casara ne ho avuto la conferma. Comici raramente agiva mosso da convenienza tanto da arrivare a minimizzare i suoi guadagni come guida alpina e gli introiti dalle sue conferenze. Donava anche parte dei suoi beni alle famiglie povere e bisognose della Valgardena durante il periodo di soggiorno a Selva in qualità di Commissario prefettizio. Questo perché il suo sentimento dell’ arte era superiore a qualsiasi altra cosa…

E forse era anche arte la sua infinità sensibilità come quando, lungo una via, gli si posa addosso un piccolo stormo di uccelli e lui ne è felice, oppure come quando dopo essere sceso lungo una calata in corda doppia “come avesse le ali di un angelo”, coglie un giglio e lo appoggia sull’ erba per riprenderlo, finita l’ arrampicata.

Mi ha molto affascinato anche la concezione del “soffrire per temprarsi e affrontare meglio i problemi della vita”, la montagna è una scuola di vita oltre che territorio d’ arte:                                                                                 “Bello e intenso è il vivere quando, legati ad una corda, aggrappati a un appiglio, appesi a un chiodo, si combatte la battaglia col monte. Bello e intenso è il vivere, perché la vita può sfuggirci di momento in momento, e le più belle ore di vita sono appunto quelle in cui essa è in pericolo: solo allora ne misuriamo il giusto valore. Si dirà che queste parole suonano assurde. No. Al contrario. Così si impara a vivere, si rafforza lo spirito e il corpo, e con la stessa tranquillità con la quale si esamina la parete da scalare, si affronteranno poi tutti i disagi della vita”.Prima ascensione per la parete N-O della Sorella di Mezzo con prima discesa per la parete N-O della Terza Sorella, 26-27 Agosto 1929 con Giordano Fabjan.

La scalata aveva forgiato il suo corpo tantochè in vari momenti egli fa riferimento ad esso. Emblematiche sono tuttavia le ultime righe di “Alpinismo eroico” quando, la sera, dopo essere scampato alla “falce della morte” sul Pomagagnon, si guarda allo specchio e ammette con onestà che, tutto sommato il suo corpo gli piace quando invece solitamente era considerato da lui quasi con disprezzo.  Tuttavia fra le righe si intuisce come una vena di malinconia, un sentimento di morte, quasi un presagio che affligge Comici e che dopo l’ avventura sul Pomagagnon si fa molto più vivo e concreto.

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Il fisico

 

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