Traversata integrale Cima Cadin di Toro – Cime Talagona


Salita del 31/08/16

Relazione e foto di Claudio Betetto e Francesco Lazari

Premessa

Oggi ancora, a distanza di tanti anni, il fulgente ricordo delle ore vissute fra quelle crode divine mi seduce, e mi commuove com’è dato commuoversi ad un semi-selvaggio eccentrico al crepuscolo di una vulcanica vita”. Così Tita Piaz, alla fine dei suoi giorni, si esprime riguardo agli Spalti di Toro: la sua è l’opinione di un rocciatore eccezionale che ha contribuito a scrivere la storia travagliata di queste crode.

Di diverso registro è Vincenzo Altamura, che assieme a Herberg, dal 1951, ogni estate ha aperto innumerevoli nuove vie su queste montagne; la sua è una testimonianza quasi commovente: “Mentre qui sta per chiudersi il periodo classico dell’esplorazione ed aprirsi forse quello del sesto grado e relativi mezzi artificiali, ci auguriamo che non arrivi troppo rapida l’avventura del martello sulla croda, ma che si possa piuttosto continuare ad addentrarsi in alto silenzio fra queste care montagne, come quando era solenne la loro primitività: così da sentirsi da esse come difesi similmente ai giorni della solitudine arcana, quando vivendovi, la gioia era intatta, pienamente pura. Lasciamola pura e allora torneremo, torneremo fin che potremo, in questi circhi divini contornati da guglie librantisi a sprofondarsi nel cielo, in questo mondo di sogni”.

“Addentrarsi in alto silenzio” fra le guglie delle cattedrali più antiche del mondo. Kugy l’ha detto che la chiave è il silenzio: solo con esso la spiritualità si fa tangibile.

Così coinvolgo Laza in un progettone che mi vortica nella testa da mesi: una traversata dalla Cima Cadin di Toro alla Cima Talagona Est, passando per la Cresta Piana e toccando anche la Cima Talagona Ovest.

Relazione

Reduci dal Ruggito del Coniglio sulla Croda da Lago e da una traddata in falesia, ci accampiamo nel parcheggio del Rif. Padova (1287m). Il meteo fa sperare ma non è dei migliori: al nostro risveglio una coltre di nubi avvolge le cime. Iniziamo a camminare alla luce delle frontali ma ben presto preferiamo spegnerle. Il silenzio del Cadin di Toro ci avvolge.

L’alba sulle Cime Talagona è come una calamita: si palesa quando stiamo risalendo il conoide che scende da Forcella dei Camosci (2160 m) e ci attrae inesorabilmente. Quest’ultima divide il Castello di Vedorcia dalla Cima Cadin di Toro.

Per intercettare la cengia che conduce alla Forcella Cadin di Toro (2300 m) conta più l’intuito che seguire una relazione: ci si muove in un dedalo di canalini, bancate e sfasciumi, l’impegno non supera mai il II grado ma è richiesta sicurezza non solo di passo ma anche d’orientamento.

Ad ogni modo prima della forcella suddetta, deviamo a sx e inizialmente per zolle e poi per gradini (I+) saliamo la Cresta Piana in diagonale dx-sx. Dopo poco troviamo un canale a dx molto incassato che saliamo per 5m fino a superare un masso incastrato (p.II) e poi andiamo a sx per gradoni (I) fino ad una prima cengia (non quella più alta che corre appena sotto agli strapiombi). Qui deviamo a dx e la seguiamo finche non entriamo in un canale-camino ripido che evitiamo sulla dx con passo esposto (II).

Agguantata la Forcella Cadin di Toro “…e l’epilogo appare più incoraggiante” (L.V.), seguiamo a dx e poi per sfasciumi cui segue un breve canalino. Così raggiungiamo la base del torrione finale che vinciamo salendo per la sua parete e infine per un caminetto con passo esposto (II+).

Cima Cadin di Toro (2386m) è la prima della giornata, si esulta ma non troppo: la strada è ancora lunga.

Decidiamo di scendere l’ultima paretina con una doppia ancorata ad uno spuntone in cima (cordone e fettucciona). Ripercorriamo la via di salita fino in Forc. Cadin di Toro ed imbocchiamo una cengia che taglia la Cresta Piana in quota. Questa è comoda ma ad un certo punto di esaurisce e bisogna iniziare a scendere con due passi più difficili, il primo in fessurona-camino (II+) e poi conviene saltare. In breve si rinviene la normale alla cima più alta della Cresta Piana (2340m ca.) che raggiungiamo senza grosse difficoltà (I).

Dietro di noi le Talagona continuano a scomparire fra le nuvole in un costante gioco di luci ed ombre.

Rifletto su questo nome spagnoleggiante, chissà da dove proviene, chissà se ha qualche collegamento col paese iberico. Mi ha sempre affascinato e adesso siamo lì, al cospetto di queste crode marce che non si sa come resistano ancora in piedi, martoriate da migliaia di inverni. Le riflessioni finiscono presto perché siamo ancora a metà.

Caliamo in Forcella della Neve (2290 m) disarrampicando dei gradoni e nel finale una compatta paretina di II+ ben appigliata. Da qui traversiamo nel catino di sfasciumi che ci si para innanzi e che divide le due Talagona e stando sotto parete, passando sotto ad un fantastico portale intagliato nella roccia, giungiamo in Forcella Talagona (2360 m), il bifido intaglio divisorio fra le due cime omonime.

“…piegando per l’aerea cresta , e poco dopo abbandonandola per attraversare la parete E, si trova un profondo camino che conduce alla Punta Ovest (2399m)” (Dolomiti Orientali, Vol. II) . L’ancoraggio alla fine del camino (III) è alquanto particolare…

La discesa avviene con una doppia nel canale-camino (raddoppiato l’ancoraggio con cordone).

Torniamo in Forcella Talagona e saliamo nel suo ramo più alto e poi per cengia ci portiamo in versante Sud (ometti) fino ad un piccolo anfiteatro che sale sulla sx. Entriamo e saliamo per gradoni e sfasciumi (I) fino alle pareti. Inizialmente sbagliamo imboccando una cengetta a dx che ci fa finire su massi pericolanti. Torniamo indietro e saliamo le paretine di roccia instabile che ci separano dalla cima. Instabili sì, ma con varie soluzioni solide (III). Per la sosta usiamo un masso in cima.

Finalmente ci siamo, anche Cima Talagona Est (2429m) è quasi andata: manca solo la discesa.

Come sempre le belle visioni “Spaltesche” di cordini di calata tranciati, ci inducono ad attrezzare un ancoraggio su una fessura fra due massi incastrati (cordino lasciato) e ci caliamo a fianco alla paretina fatta in salita, poi seguiamo la normale segnata con qualche ometto. L’arrivo in Forcella Stretta (2260 m ca.) impegna con alcuni passaggi di I+. Arrivati a questo piccolo intaglio divisorio che separa il versante Cimoliano da quello Cadorino, si ha l’impressione di essere sul baratro fra Inferno e Paradiso e ovviamente noi scendiamo per l’Inferno. Il canale che riporta in Cadin di Toro è infatti quanto mai incassato e lugubre. Inizialmente disarrampichiamo una breve parete di II poi per sfasciumi raggiungiamo il chiodo che ci permetterà di calarci superando il temuto salto muschioso, melmoso e bagnato (III+???).

Bei posti…

Dalla base del canale per sfasciumi ritorniamo in Cadin di Toro e poi al Padova per una mitica pastasciutta e una agognata birra fresca. Un sogno si è avverato, un progetto si è concretizzato.

Spesso ribadisco che nella mia esperienza di alpinismo, un momento fondamentale è l’ideazione. Quando si capisce che un itinerario è effettivamente fattibile, quando si apre la cartina e si vede che il “concatenamento” è possibile, quando combinando più fonti diverse si intuisce che “per di là si passa”, bene quella è forse la soddisfazione più grande. Tuttavia l’ideazione non è niente se poi non la si mette in pratica.

Finalmente posso dire che un mio grande progetto è stato realizzato.

Note

Difficoltà: fino al III grado marcio. 2 cordini lasciati come da relazione.

Dislivello: 1300-1400m

 

Bibliografia

Luca Visentini, Dolomiti d’Oltrepiave;

Berti, Dolomiti Orientali Vol. II.

 

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