Grand Hoche (2762m) – Il racconto di un viaggio

Salita effettuata da Matteo De Piccoli il 02/02/2016.
Foto e relazione di Matteo De Piccoli.

“Molti si sono chiesti quale fosse la grandezza di Renato.
Aveva un’enorme forza fisica, ma non credo fosse quello che lo differenziava da altri alpinisti che potevano avere le stesse caratteristiche. Qualcuno dice la forza di volontà.
Secondo me era il tipo di sguardo che lui aveva.
Ed era uno sguardo che non si fermava alle apparenze”

Davide Riva, su Renato Casarotto

Introduzione
Fin dai primi anni in cui sono a Torino il massiccio della Grand Hoche ha esercitato in me un’attrazione viscerale: attraversando la Valsusa fino a Bardonecchia è impossibile non rimanere colpiti da questa bastionata bianca che domina la valle all’altezza del bivio Cesana-Bardonecchia. Le sue pareti si innalzano vertiginosamente e sembrano quasi delle piccole Jorasses calcaree.
In questi giorni il tempo non è molto e gli esami scandiscono pause e tempi, ma sento la necessità, di stomaco, di dovermi riprendere degli spazi.
La sera di lunedì 1 febbraio la decisione è presa: l’indomani si va sulla Grand Hoche.

Descrizione della salita
Il 2 febbraio di mattina prendo il primo treno delle ore 5.15 da Porta Nuova direzione Bardonecchia; arrivo alle 6.30 a Beaulard (1174m).
Buio pesto.
Sceso dal treno prendo la strada che porta verso il Rifugio Rey (1761m), di cui ho ricordi abbastanza nitidi: salii su Grand Hoche e Guglia d’Arbour l’undici luglio del 2014 in estiva, sempre da solo, particolare decisamente influente sulla scelta della gita.
Il sentiero/mulattiera porta direttamente al Rifugio ma è spesso ghiacciato, anche per tratti decisamente lunghi; quando posso decido quindi di tagliare per i vari sentieri che sono invece spogli di neve. Giungo al Rifugio alle 8.15, speravo meglio ma poco importa: l’obiettivo della giornata non è certamente la “conquista” della vetta.
Sono interessato inoltre a un canale che avevo notato in estiva, che supponevo percorribile: un buon colpo da fare in invernale.
Al rifugio non cè nessuno. Bevo un goccio di thè e tosto riparto verso la bastionata centrale del massiccio, cercando di tenermi più sulla sinistra. Sono costretto ad indossare i ramponi: sotto la neve spesso si nasconde del ghiaccio ed essa stessa è ben dura, sono quindi necessari fin da subito.
Seguendo il sentiero coperto dalla neve giungo a un piccolo laghetto ghiacciato e risalendo i pendii innevati giungo a un cartello giallo. Proseguo per la traccia ma noto che mi sto portando troppo a destra: il sentiero infatti fa aggirare dei pendii obbligando a un giro troppo lungo. Decido di tagliare per mughi dritto per dritto e, sorpresa, dopo qualche minuto incontro una testa di lupo divorata dai corvi, immagine che mi fa rimanere alquanto attonito.
Mi lascio alle spalle teste mozze e paranoie e vedo di proseguire per la mia strada: fatico moltissimo a battere traccia in questo punto, la neve si è accumulata e si sprofonda fino alla vita. Sputo sangue ma in breve mi avvicino al sentiero che taglia il pendio che rapidamente mi porta al canale tanto sognato. Qui infatti il sentiero aggirerebbe il torrione della Rocher de la Garde per risalire sul sentiero al versante opposto della montagna.
Il tempo passa molto in fretta e so che la strada è ancora lunga. Sistemo i bastoncini nello zaino, è il momento della piccozza.
Risalgo il pendio su neve dura e portante, mai oltre i 40°, i ramponi lavorano perfettamente. In breve giungo all’attacco del canale vero e proprio traversando su alcune roccette. Qui la neve non è molta ma le condizioni sono davvero ottime: con un minimo di attenzione si riesce sempre a salire su neve dura e ben compressa che spesso si fa lavagna di ghiaccio. La pendenza difficilmente supera i 45° e la salita è veloce, bella e divertente. Passo momenti di di pura esaltazione.
Esco dal canale e giusto sopra di me scorgo un segno, sono sulla strada giusta. So che qui ci saranno delle incognite, in qualche modo dovrò attraversare i ripidi pendii ora nevosi e la cosa non mi eccita molto. Preferisco prendere quota e attraversare più in alto, seguo quindi il filo di cresta, qualche passo in misto e giungo al “collo” del canale, dove quest’ultimo si restringe.
Attraverso in fretta, la neve è portante. Provo a forzare il passo ma nulla da fare, non c’è modo di oltrepassare queste muraglie: sono obbligato a scendere per vedere dove mi convenga passare. Non scorgo segni e sono costretto a tornare sui miei passi attraversando il pendio più in basso.
Sconsolato mi siedo, raggiunta nuovamente l’uscita del canale. E’ tardi, sono ormai le undici e non capisco dove continui il percorso; mi sento un po’ in balia della situazione che in questo momento assume proporzioni schiaccianti, complice la stanchezza che comincia a farsi sentire.
Rifletto per qualche minuto, mi immergo nell’ambiente e riprendo coraggio: la giornata  è meravigliosa e le condizioni perfette.
Voglio andare avanti, vedere almeno dove si passa.
Riattraverso il pendio, questa volta mi tengo più basso. Traversi non difficili ma la pendenza c’è e spesso la neve diventa lavagna ghiacciata. Avere l’imbrago e uno spezzone di corda sullo zaino mi dà quella sicurezza in più.
Questa è la volta giusta!
Scorgo un segno, ma ci sono altri due pendii da attraversare e la situazione è la stessa di prima.
Non demordo, voglio continuare.
Supero questi ultimi traversi e spunto oltre l’ultimo pendio: finalmente di fronte a me si apre la piana del Passo dell’Orso (2477m) e la parte finale per accedere alla cima!
Le sensazioni che si scatenano dentro di me sono indescrivibili: posso provarci, se ci credo posso arrivare in cima! Non c’è però un secondo da perdere, ho perso molto tempo.
Condenso le energie e attraverso velocemente l’ultimo pendio fino al Bivacco. Sono le 13.07, non posso permettermi nessuna leggerezza se voglio toccare la meta. Lascio quindi lo zaino al Passo, mangio una caramella e riparto. Gli ultimi 250 metri sono strazianti, avanzo carponi sul pendio nevoso e mi sento un animale, ma devo spingere con tutto ciò che posso se voglio arrivare in tempo.
Cerco di mantenere un passo costante ma noto che l’autocontrollo è limitato, le sensazioni sono amplificate al massimo, sono in uno stato di lucidità emozionale totalizzante.
Dopo un tempo che mi sembra lunghissimo sbuco finalmente sulla cresta terminale, vedo la croce di vetta.
Qualche passo su neve mista a rocce.. Tocco la cima.
Sono le 14.02. La gioia è immensa.
Scatto qualche foto, scrivo sul libro di vetta due righe, dal 6 novembre non saliva nessuno. Non mi concedo nemmeno il tempo di sedermi, alle 14.10 riparto. So di essere stanco e non voglio farmi sorprendere dal buio.
Si scende velocemente, in breve riprendo lo zaino e ripercorro tutti i traversi. Giunto all’attacco del canale preferisco scendere dal sentiero: “sarà meglio”, penso.
Come no.
Cerco di seguire il sentiero che è subito sepolto dalla neve, qui abbondante. Scendo quindi dritto per dritto puntando alla Rocher, i pendii sono ripidi ma la neve è buona e si scende velocemente. Punto al torrione ma di colpo la neve si indurisce, il rampone rimane in equilibrio sulle punte nel ghiaccio! Sono costretto a riprendere la piccozza.
Affronto così gli ultimi pendii aggirando il torrione, forse scendere dal canale non sarebbe stato sbagliato. Poco male, in breve aggiro la Rocher e riprendo la traccia. Qui mi concedo 5 minuti, non mi fermo dalle 11 di stamattina e sento che sono al limite. Mangio qualcosa e riparto ma non riesco ad accettare tutta la strada che ancora mi manca da fare, il mio cervello si rifiuta. Decido quindi di scendere dritto per dritto sfruttando il canale nevoso che diparte continuando da quello percorso in salita, sullo stesso sottofondo ghiaino coperto ora dalla neve.
Scendo velocemente, e con l’avvicinarsi del Rifugio tornano le energie. Mi rendo conto di che arma potente sia la nostra mente.
Scorgo da distante il cartello giallo, punto a lui. Combatto con mughi e pendii ma poco male
abituato alle nostre “mughete”, decisamente più fitte, qui mi trovo più che a mio agio.
Alle 16.30 sono al rifugio.
Mi concedo qui una pausa più lunga. Mi rilasso.
Un ultimo sforzo e scendo per la strada fino a giungere a Beaulard verso le 18, prendendo il treno delle 18.27.

Note tecniche

Ciaspole superflue, ramponi necessari dal Rifugio in poi. Le difficoltà sono attorno al PD tra canale e attraversamento dei vari pendii. Utile il casco, indispensabile la piccozza.
Gita piuttosto lunga, andando a colpo sicuro con buon passo ci vogliono comunque 5 ore alla cima (attorno ai 1700 metri di dislivello complessivi) e altre 3 a scendere.

 

Una considerazione, un pensiero.
Ad oggi sono molte le critiche rispetto all’andare in montagna, su sicurezza, incidenti e altro.
Andare da soli è forse  il modo più intimo per approcciarsi a una montagna.
La difficoltà non è importante, il limite da superare non è nella cima.
A prescindere da ciò che si affronta permette di vivere emozioni che difficilmente sono riproducibili, e spesso banalizzate in altre sedi.
Trovo che la ricchezza a cui si può attingere in questo modo superi di gran lunga i rischi che si corrono, comunque limitati dall’attenzione che si porta ad ogni passo.
Il pericolo oggettivo e l’errore umano non possono essere azzerati ma non devono essere tanto limitanti dall’impedire di accettare un rischio calcolato, comune anche alle gite non solitarie.
E’ anancronistico andare in montagna e ignorare tale rischio, in ogni situzione.
Nell’alpinismo, per definizione.

“Ci sono persone che sono artefici della propria vita e ci sono invece persone che, giorno per giorno, la subiscono.
Per me non c’è coraggio nel subire una situazione. Il coraggio sta nel volerla cambiare quando non si è più disposti a subire.
Tutti siamo deboli ed insicuri nel nostro profondo; ma ognuno di noi reagisce a suo modo.
La conoscenza di sè stessi è in genere la causa primaria dell’insoddisfazione, ma deve essere il primo passo per accettarsi ed accettare.
Ogni cosa che dà soddisfazione in genere costa.
Ognuno deve cercare da sè la strada che porta a conoscere e a capire di più sè stessi.”

Renato Casarotto

Salendo al Rifugio Rey (1778m)
Salendo al Rifugio Rey (1778m)
Il Rifugio Rey a sinistra. Dietro il massiccio della Grand Hoche.
Il Rifugio Rey a sinistra
Dietro il massiccio della Grand Hoche
Angoli di pace.
Angoli di pace
La testa di lupo.
La testa di lupo
Primo piano sulla Grand Hoche.
Primo piano sulla Grand Hoche
Sul canale. Sulla gobba più in basse giace il Rifugio Rey.
Sul canale; sulla gobba più in basse giace il Rifugio Rey

 

 

 

Fuori dal canale, provo ad attraversare in alto i pendii nevosi aggirando i massi di fronte a me.
Fuori dal canale, provo ad attraversare in alto i pendii nevosi aggirando i massi di fronte a me
I lunghi traversi che portano al Passo dell'Orso
I lunghi traversi che portano al Passo dell’Orso
Il Passo dell'Orso e la Grand Hoche si rivelano di fronte a me. Il Bivacco è un puntino minuscolo, si intravede appena
Il Passo dell’Orso e la Grand Hoche si rivelano di fronte a me, il Bivacco è un puntino minuscolo, si intravede appena
Guglia d'Arbour in primo piano
Guglia d’Arbour in primo piano
La cresta terminale. Grand Hoche (con croce) e Guglia d'Arbour
La cresta terminale: Grand Hoche (con croce) e Guglia d’Arbour
In cima, la cresta appena percorsa
In cima, la cresta appena percorsa
Foto di vetta
Foto di vetta
Punta Clotesse (2872m) e Punta di Chalance Ronde (3042m)
Punta Clotesse (2872m) e Punta di Chalance Ronde (3042m)
Primo piano su Punta Clotesse
Primo piano su Punta Clotesse
Il bivacco
Il bivacco
Oceano di neve. Onde e rifessi
Oceano di neve Onde e rifessi
Dal sentiero che taglia i pendii, il canale attraversato e i successivi traversi fino al Passe dell'Orso. La rocca sulla sinistra e la Rocher de la Garde (2222m)
Dal sentiero che taglia i pendii, il canale attraversato e i successivi traversi fino al Passe dell’Orso
La rocca sulla sinistra e la Rocher de la Garde (2222m)
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