Ciùc dal Bȏr 2195m – Sul più strano zoccolo carnico

Relazione di Jacopo Verardo; foto di Jacopo Verardo e Francesco Polazzo.

C.ra Cimadors-61
Ciùc dal Bor visto dal Cimadors.
Monte Guarda-30
Ciùc dal Bor, dal Monte Chila.

Introduzione

È inizio settembre quando partiamo da casa per salire il Ciùc dal Bor, ma quando giungiamo a Carnia e lo vediamo sbucare bianco e luccicante capiamo che forse anche per quest’anno lo zoccolo carnico per eccellenza resterà da noi insuperabile. Arriva novembre. Inversione termica spettacolare. Neve non ce n’è. Torniamo così speranzosi in Val Alba armati di corde e buona volontà per salire questa strana montagna.

Il Ciùc dal Bor si presenta, da qualsiasi lato lo si osservi, come un torrione ardito e slanciato verso il cielo. È di poco più alto del suo dirimpetto Monte Cjavals, al quale è collegato con una cresta piuttosto ardita e discontinua, su cui passa l’Alta Via CAI Moggio Udinese. A Nord è caratterizzato da un’alta parete che sprofonda nella remota valle del Rio Ponte di Muro, mentre a sud, seppur ardito, appare più dolce per i vari ripidissimi prati di loppa che ne discendono. Fino ad una quindicina di anni fa la Via Normale saliva dal versante Sud-Est, per un canalino di I+ attrezzato che però è rovinosamente crollato; ora invece sale in versante Sud-Ovest per un bel diedro di III (forse superiore in un movimento), attrezzato a spit, sosta di calata compresa.

Relazione

Partiamo dal parcheggio in fondo alla Val Alba (divieto – 1055m) e seguiamo il bel sentiero CAI 450 prima, 428 poi, che sale al Bivacco Bianchi. Prima si perde qualche decina di metri di dislivello fino ad attraversare il Rio Alba, per poi salire in sinistra orografica di quest’ultimo, seguendo la vecchia mulattiera di guerra che risale comodamente una bellissima faggeta, ora in veste autunnale. Salendo si esce poi su terreno più aperto, variegato e caratterizzato da mughi. Così, prima del Sole, arriviamo al Bivacco Bianchi in 1.20 ore. Tre persone vi hanno pernottato e stanno già percorrendo la cresta verso il Ciùc. La temperatura è ancora rigida vista l’ora, così dopo una breve sosta e qualche foto (splendido panorama!) ripartiamo e imbocchiamo il sentiero CAI 425, per abbandonarlo ben presto e svoltare a sinistra (Est), seguendo i segni giallo-rossi dell’Alta Via, che ci portano a risalire un ripido conoide prativo. Al suo culmine risaliamo un largo canale di roccette marce (I grado – 50m) prima, e un ripido prato poi, fino a giungere sulla bella cresta al Sole. Il tempo sta migliorando, il panorama è già molto bello. Seguiamo contenti la cresta, a tratti erbosa, a tratti rocciosa, sempre ben segnalata. Dopo qualche “dentro-fuori”, anche esposto, si affronta una saltino di 3m in discesa di II grado (eventuale “chiodo”/fittone di calata), per poi affrontare un tratto di attraversata abbastanza fastidioso. Infatti prima si cavalca un’esile crestina rocciosa molto estetica ed esposta, poi si attraversa sulla destra un tratto friabile e fangoso, per poi infilare, sempre in esposizione, un tratto ripido di roccette e terreno friabile. Quindi ritorniamo sulla cresta, ora erbosa e più dolce. Questo è il punto sicuramente più affascinante della giornata: siamo davanti al torrione finale, su un grandioso pulpito erboso, al dolce Sole mattutino di novembre…uno spettacolo! Due antichi cippi di confine con annessi bastoni di legno, ci conducono a terminare la cresta scendendo ad una specie di forcella, che ci porta poi a risalire alle pendici del Ciùc. Si segue ancora per poco l’Alta Via, fino a doppiare uno sperone roccioso. Si devia ora a sinistra (Nord) infilando un colatoio colmo di detriti che ci porta alla base delle rocce. I tre che ci precedono sono nel mezzo del tiro di corda, quindi temporeggiamo un po’ e indossiamo il casco visto che qua è tutto piuttosto friabile.

Dopo un saltino di I+ si incontra una parete di 3m di un buon III grado attrezzata con una corda statica ben salda tra due spit. Superatala si arriva alla base del diedro dove troviamo uno spit con moschettone. Ci leghiamo e lascio volentieri a Pola il compito di portare fuori l’unico tiro della giornata. Il diedro inizia con qualche metro di II+ per poi diventare di III su placca abbastanza liscia. Dopo una fatica immane (le birre della sera prima….) riesco a uscirne, montando su una cengetta che va percorsa per qualche metro verso destra. Fin qui 4 spit, 20m circa. Ora si infila un canalino di II che in pochi metri conduce alla sosta di calata abbastanza aerea (spit, cordini e maglia rapida). Finita la fatica! Ci sleghiamo e siamo in cima in pochi metri, raggiungendo gli altri tre (4 ore dalla Val Alba). Panorama sorprendente!! Dall’Oltre Piave alle Dolomiti, dalle Carniche ai Tauri, dalle Giulie al mare…360°!! Siamo contenti, finalmente sullo Zùc. Non fa molto caldo, ma la giornata è limpida e bella, così restiamo oltre un’ora a goderci il panorama.

Firmato il libro (le firme non sono così poche come credevo…) e fatte le doverose foto, buttiamo le corde e con una calata da 50m siamo di nuovo coi piedi per terra. Scendiamo poi disarrampicando la paretina attrezzata e rimontiamo sull’Alta Via. Visto che la giornata è bella decidiamo di compiere un bel anello e di scendere verso Sot Cretis; la discesa si articola su un versante molto ripido e variegato, caratterizzato soprattutto da ripidi fianchi di loppa, profondi incavi torrentizi da attraversare o discendere, alte pareti sulla destra che affiancano la discesa. Un ambiente affascinante, pittoresco e praticamente integro! La traccia spesso non è evidente, fortunatamente i segni dell’alta via sono abbastanza puntuali nel segnalare il percorso altrimenti avventuroso da trovare. Una discesa “rapida”! In meno di un’ora siamo a Forca Fonderiis (1800m), che si deve guadagnare con una risalita di oltre 100m di dislivello. Per questo bel valico eravamo passati un anno fa compiendo un giro “monstre” Pisimoni – Crostis – Sot Cretis – Roveredo. Ritorniamo così al Biv. Bianchi lungo il CAI 425, che, molto bello, corre su cenge scavate durante la Grande Guerra. Il Sole pomeridiano ci ammalia, così ci fermiamo al bivacco a sorseggiare una buona grappa alla salvia. La mente ci spinge a valle…e verso una sana birra a Resiutta!

Note conclusive

Questa cima è sicuramente da inserire negli obiettivi di chi ama le cime di questo settore delle Alpi Carniche, selvaggio e affascinante. Ci è piaciuta, anche se il nostro cuore resta legato all’Oltre Piave. Le difficoltà sono di II e III grado abbondante in un movimento, a cui si aggiunge qualche breve passaggio su roccia sia nell’avvicinamento (max II), sia nella discesa (max I). Quindi indispensabili casco, corda e 4/5 rinvii. Inutile tutto il resto della ferraglia esistente, vista la presenza sufficiente di spit e sosta di calata. Dislivello di 1350m circa, 8 ore totali comprese le soste.

7 novembre 2015.

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Grauzaria e Sernio, salendo al Biv. Bianchi.
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Mulattiera salendo al Bivacco Bianchi.
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Bivacco Bianchi.
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Panorama e Biavacco dall’Alta Via CAI Moggio.
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Sui 50m di I grado prima di giungere in cresta.
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Finalmente al Sole, in cresta.
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Discendendo il saltino di II grado in cresta.
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Sul breve tratto affilato di cresta.
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Sul dosso erboso prima di giungere sotto il torrione finale.
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Ai piedi del Ciùc.
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Evidente il diedro su cui passa la Normale.
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Placchetta di un buon III abbondante.
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Uscita in sosta di calata.
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Salvadis sul Ciùc.
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Jof di Montasio, con la Via di Dogna bella in vista!
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Canin.
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Crostis e Pisimoni in primo piano, dietro Lavara e Plauris.
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Alpi Carniche e Cjavals.
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La diroccata croce di vetta….deve aver perso diversi fulmini…
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Con una doppia rimettiamo i piedi per terra.
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Scendiamo verso la paretina attrezzata…
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…e ci caliamo definitivamente.
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Il lato Sud-Est su cui saliva la vecchia Normale.
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E poi giù verso Sot Cretis.
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Prati di loppa, canalini, canaloni, salti…
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La traccia è molto labile, ma ben segnata.
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Un versante quanto mai variegato!
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Da Forca Fonderiis verso il Bivacco Bianchi.
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La piana su cui sorgeva Casera Cjavals.
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Relax al Bianchi!
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6 commenti su “Ciùc dal Bȏr 2195m – Sul più strano zoccolo carnico

  1. Luciano De Fontis il said:

    Bravi ragazzi questo sì che è un servizio alla comunità.
    Con i dati che avete inserito si rende molto bene l’idea delle difficoltà.
    Una persona che non arrampica non si avventura in cose non alla sua portata.
    Secondo il vostro parere quell’ultima parte non potrebbe essere attrezzata come la precedente ed
    essere alla portata di tutti?
    Grazie

  2. landredaisalvadis il said:

    Innanzitutto grazie del complimento! Cerchiamo di essere più precisi possibili in questo tipo di relazioni proprio perchè nessuno fraintenda le difficoltà oggettive. Per quanto riguarda il discorso delle attrezzature, credo di rispondere a nome di tutti noi, generalmente non sono favorevole al loro utilizzo per raggiungere determinate cime, specialmente quelle più selvagge e incontaminate. Entrando nello specifico di questo caso lo sono ancora meno, non tanto perchè la cima sia incontaminata o poco frequentata (anzi…è abbastanza contaminata da ferri vari, cemento, legno…di tutto e di più), quanto per l’intero percorso di avvicinamento: sia da Sot Cretis, sia dal Bivacco Bianchi, l’Alta Via non è banale. Quindi attrezzare il torrione finale richiamando un maggior numero di persone, creerebbe maggiori pericoli lungo gli avvicinamenti. Quindi penso che, in alcuni casi, mantenere una cima e il suo avvicinamento alpinistici, paradossalmente riduca i rischi (anche perchè ogni attrezzatura in ferro fissa comporta delle responsabilità notevoli per chi la mette, nonchè frequenti collaudi…costosi). Però questo è solo il mio modesto parere 🙂 in quella zona comunque credo che il CAI di Moggio abbia già fatto un gran lavoro nella segnatura dei sentieri, e nella messa in sicurezza della via a spit.
    Buona giornata.

    Jacopo V.

  3. Giuseppe Martinetto il said:

    Mi inserisco nel discorso, puntuale e condivisibile, ma….. si c’è un ma!!
    Questa cima è inserita nelle 20 cime dell’amicizia ialiane, e quelle difficoltà finali fanno sì che non tutti gli escursionisti riescano a raggiungerla. A me personalmente manca solo quella……e un po di fastidio mi da.
    Mi scuso per l’intrusione, mi complimento per il blog, ma soprattutto per le escursioni che fate….continuate così, la montagna è meravigliosa.

  4. Severino Zanin il said:

    Grazie per la foto della croce ormai disastrata dai fulmini. E’ stata copiata da quella a Cima Cacciatori vicino al Lussari. E’ stata costruita all’IPS di Tarvisio (dove due di noi eravamo alunni) e portata in cima al Zuc nell’estate ’64.

  5. landredaisalvadis il said:

    Figurati! Grazie a te dell’aneddoto. Sarebbe bello venisse rifatta in modo fedele a questa che è storica, oppure riparata adeguatamente.

  6. Fabrizio Filaferro il said:

    In risposta a Severino Zanin, ho un ritaglio non datato di una pagina de il Gazzettino dove sono ritratti, attorno ad una croce di legno, Severino Zanin, mio padre Leonardo Filaferro, Giovanni Buzzi e Giacomo Ross. Il testo parla di questa scalata con trasporto della croce in vetta, fatta il 26 Luglio in occasione del centenario del Cai. La croce di legno è stata quindi installata prima del ’64?

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